Le
origini del cinema di animazione del Sol Levante
di Mario
Verger
I
Lungometraggi
"Se
Walt Disney fosse nato negli anni '70 avrebbe amato i cartoni giapponesi,
proprio come i giapponesi amano i suoi" (Luca Raffaelli)
Il primo lungometraggio a colori di "importazione" nipponica si
intitolava La leggenda del serpente bianco (Tit.
orig.: Hakujaden, 1958), ad
opera di un maestro dell'animazione giapponese, Taiji Yabushita,
fondatore della Toei Doga, che ottenne ampi riconoscimenti in occidente,
vincendo nel 1959 il Diploma Speciale al Festival del Cinema per
Ragazzi di Venezia*
, quando ancora il nostro paese ignorava che i film giapponesi avrebbero
costituito una seria "minaccia" per la gioventù italiana. Faccio
riferimento a questo film, che è stato il primo in assoluto a pervenire
in Italia, ma che non venne mai trasmesso da nessuna TV privata
negli anni '70 contrariamente ai successivi. Il lungometraggio prende
spunto dall'iconografia dell'antica Cina rievocando la figura di
un serpente di legno, composto a scompartimenti, alla cui mitologia
orientale evidentemente faceva riferimento, attraverso un cromatismo
ancora piuttosto tonale ma con accenti di colore spesso intensi
e accesi, caratteristiche tipiche dei cartoon del Sol Levante. Il
film, però, è ancora acerbo nel suo insieme, dal momento che i primissimi
lungometraggi giapponesi, quali Le tredici fatiche di Ercolino,
Robin e i due moschettieri e mezzo e Simbad il marinaio,
si nutrono ancora di un'iconografia poco occidentalizzata, e di
un'animazione estremamente fluida e ricca di rallentamenti a passo
uno rispetto ai successivi più 'secchi' e moderni. Anzi, Il
Serpente bianco di Yabushita, stranamente, si ispira a
soluzioni tecniche ed estetiche dell'animazione americana Anni 50.
Anche le scenografie, anziché vivere di colori vivi e accesi, sembrano
assumere quel tono 'fiabesco' e talvolta "zuccheroso" dei cartoon
americani del dopoguerra, dallo stile corposo e pesante nella dosatura
cromatica, senza minimamente giungere a quella brillantezza tecnica
dei film giapponesi successivi. Gli "animali" de Il Serpente
bianco appaiono come personaggi di contorno utili ad ammorbidire
le storie d'amore dei protagonisti umani, fungendo da 'archetipi'
delle future creazioni dei cartoon nipponici, tra i quali: il Panda,
figura spesso ricorrente sia come 'orso' (v.di Robin e i
due moschettieri e mezzo, Alice, fanciulla infelice,
Il Principe Valiant, ecc.), sia usato come protagonista
(v.di il più moderno Orsetto Panda e gli amici della foresta,
del 1972, di Yugo Serikawa, il quale,
non a caso, contese a lungo a Yabushita il primato di "maestro"
del cartoon per l'infanzia). Il Panda di Yabushita come 'prototipo'
di orso nipponico è ben riuscito; come gli altri suoi personaggi
del film, ha una gran testa che pesa sul corpo e sembra essere esagonale
nella sua stilizzazione; l'effetto in animazione è spesso di una
forma a due dimensioni che rotea come un pesante solido geometrico.
Gli elementi di Panda sono i seguenti: occhi larghi e distanziati,
posti su due macchie nere languide giacenti a goccia all'altezza
del muso, il quale è ottenuto da un 'triangolo' dal cui apice diparte
una breve linea retta che si congiunge ortogonalmente alla bocca,
piuttosto diritta, lievemente concava e arrotondata alle estremità;
il tutto espresso attraverso un gioco di linee e di volumi in un
raffinato effetto ottico, dove la sintesi e il simbolo, sia nell'iconografia
sia nell'animazione, giocano un altissimo ruolo. Accanto a Panda
agisce un piccola femmina di procione, Mimi, che si adatta anch'essa
ai clichés dei film di quegli anni, anche successivamente rielaborata
in forma di gatto o cagnolino. La mascotte femminile, più piccola
e vezzosa rispetto a quella maschile (di solito un panda o un orso)
in questo caso è appunto Mimi, dove la figura del procione con relative
macchie e chiazze del vello offre ovviamente spunti per un'interessante
schematizzazione geometrica che ricorrerà in altre creazioni; qui
gli animali interpretano una banda di ragazzini scanzonati del secondo
Dopoguerra. Ai due, si aggiungono altri tre compagni d'avventura,
presi dai bassifondi del lontano oriente: un'oca (molto simile ai
cartoon americani); un furetto, che per la sua linea longilinea,
ben si adatta per eterogeneità al resto del gruppo; un grasso maiale
dal manto plumbeo, con un grosso cimbalo a mo' di basco che ricorda
quello di Animal farm di John Halas; in questo caso, il
personaggio di Yabushita offre un'ottima caricatura del boss cinese
della malavita di strada. I protagonisti umani, invece, si pongono
preludendo alla matrice nipponica futura: interessante è la piccola
Ching, dalla pettinatura a "crocche" (ad entrambi i lati, due sopra
e due sotto tenute da un nastro); altro modello di bambina dei cartoon
giapponesi (v.di Pollon la streghetta di Sally la maga,
e Tansuko della serie The Monkey di Tezuka): al contrario
dei successivi, la monella di Yabushita sembra meno moccioseggiante
e più adulta.
Il protagonista maschile è Hsu Hsien, che vive il suo amore travagliato
per la giovane ragazza Pai Niang, precedentemente incarnatasi nel
serpente bianco. Il ragazzo è più adulto mentre la ragazza è più
giovane rispetto a lui, nei quali Yabushita esprime un amore più
che altro platonico che si sviluppa fra mille travagli (v.di Simbad);
spesso i lungometraggi giapponesi basano l'amore tra due giovani
i modo romantico, dove l'uomo assume una veste ideale, paterna e
"prottettiva", come in Robin e i due moschettieri e mezzo,
dove, in questo caso due fratelli, maschio e femmina, separati per
via di forza maggiore, solo alla fine riescono a riunirsi).
Vi è un gruppo di personaggi umani, come il padre del giovane e
i suoi soldati ninja, delineati con un segno lineare, in apparenza
"spoglio", clichés in apparenza diversi dallo stile giapponese,
che stranamente compariranno spesso nei lungometraggi successivi.
L'iconografia, nonché la psicologia di fondo, è la medesima dei
successivi tre lungometraggi giapponesi. Mi sono dilungato sul primo
film in quanto si possono rintracciare in esso alcuni "archetipi"
presenti ed adottati praticamente da tutti i registi dei lungometraggi
successivi. Il primo lungometraggio importante che traccia la strada
ai successivi, fu distribuito in Italia negli Anni '60 con qualche
programmazione nei cinema e non più di una o due apparizioni in
TV negli anni '70; stranamente, fu venduto anche in Super8 in brevi
shorts di 15 mt. dalla AVO Film, con in copertina la scimmia Goku
che andava a "passeggio" col Gulliver dei Fleischer e altri personaggi
non meglio identificati, dal titolo anch'esso fuorviante: Le
tredici fatiche di Ercolino (Tit. orig.: Saiyuki, 1960),
diretto da Taiji Yabushita ed animato dal grande Osamu Tezuka, il
quale traspose cinematograficamente il noto racconto cinese Sun
Wukong, di Hiuan Tsane, e da cui in seguito ne ricavò la fortunata
serie The Monkey. Il film, giunto in Italia con testi e adattamenti
dall'edizione americana (il cui titolo era Alakazam the Great, in
cui, anziché gli autori ovviamente americanizzati, risultano, per
la regia, i nomi di Lee Kresel e Taiji Tonomura). Nel primo film
di Tezuka, caratterizzato ancora da un'animazione morbida e fluida,
appare ancora, come nel precedente di Yabushita, la figura del bonzo
raffigurato come un grosso maiale, questa volta vestito in sayo;
anche il reverendo, descritto come un vecchio matusalemme dalla
barba bianca che ispira saggezza e ponderazione nelle giovani generazioni,
è un'altra figura ricorrente negli Anime: (v.di Vitali di Senza
famiglia, il babbuino di Leo, il re della giungla,
il vecchio de Il principe Valiant, ecc.).
Sempre negli Anni '70 apparve nelle TV private un altro lungometraggio,
questa volta più classico e legato alla tradizione giapponese, dal
titolo italiano assai equivoco di Robin e i due moschettieri
e mezzo (Tit. orig.: Anju to Zushiomaru, 1961),
diretto dal maestro Taiji Yabushita e dal suo allievo Yugo Serikawa,
su soggetto di Osamu Tezuka, è basato su un antico racconto ambientato
nel Giappone medievale, con protagonisti due fratelli figli di un
Governatore, i quali, separati forzatamente, dopo mille avventure
riusciranno a ricongiungersi solo da adulti. In questo c'è il dramma
della separazione forzata, dell'allontanamento dei componenti più
giovani del nucleo familiare e della ricerca delle proprie origini,
nonché il "recupero" della propria infanzia, quasi a riconquistare
un patrimonio affettivo il cui danno familiare potrà essere sanato
solo dalle generazioni più giovani; anche qui, come in altri film,
l'amore tra fratello e sorella è dolce e serafico, quanto quello
platonico di due innamorati: l'uomo cerca l'incontro con la donna
per proteggerla, diventando per lei un nuovo padre (v.di il più
moderno Senza Famiglia, firmato da Serikawa, dove
Remigio, alla ricerca della sua vera madre, fa conoscenza con la
figlia minore della signora Milligan, in realtà sua sorella). A
fianco di Anju e di Zushiomaru, vi sono diversi animali come orsi
e scoiattoli, che diventano validi guerrieri (caratterizzazioni
prima descritte); da lì probabilmente il titolo italiano facilmente
intuibile, inerente ai tre moschettieri, e del protagonista maschile
del film, 'Robin', visto impropriamente, essendo ambientato in una
foresta (giapponese), come una sorta di 'Robin Hood orientalizzato'.
Lievemente più moderno nei clichés è il successivo Simbad
il marinaio (Tit. orig.: Arabian night Sindbad no boken,
1962), sempre prodotto dalla Toei Doga
per una trasposizione animata de 'Le mille e una notte', ricco di
poesia, il quale si nutre di un disegno 'ricamato' e piuttosto lezioso
nella confezionatura per via del delineo del segno, leggermente
più scuro o più chiaro del colore sottostante e di un 'taglio' cinematografico
ancora classico. Simbad e i personaggi sono realistici; il piccolo
Alì appartiene alla stirpe dei mocciosi petulanti (v.di anche il
più moderno Shibari, il bambino stregato di Alice, fanciulla
infelice, dello stesso autore); il capitano della nave,
è un vecchio dall'aria barbuta e saggia, molto caro all'animazione
nipponica; e i due marinai, uno grasso, l'alto magro, dal grafismo
lineare e spoglio si ricollegano graficamente ai ninja del Serpente
bianco e ritroveremo modelli similari modernizzati in altri film
(v.di Tortuga e Octopus di Ventimila leghe sotto i mari,
ecc.).
Questi quattro lungometraggi surriferiti, firmati da Taiji Yabushita,
sono tutti caratterizzati: da un'animazione fluida (il più delle
volte realizzata a passo uno, contrariamente al passo due della
maggior parte dei film Disney di quel periodo); da un disegno privo
di un contorno pesante (il 'delineo' è spesso di un tono più scuro
del colore sottostante, il ché rende più morbido l'effetto perché
privato della durezza del tratto nella figura, ma non privo di leziosità
nella confezione); da tematiche tradizionali che prendono spunto,
sia nelle fattezze sia nei racconti, da "valori" diversi da quelli
occidentali; da inquadrature cinematografiche "piene", non giocando
troppo sui dettagli o sui primi piani, o sui c.d. piani americani,
i quali naturalmente, se pur di maggior effetto, avrebbero reso
l'esecuzione più moderna e meno laboriosa; dal taglio degli occhi
ancora orientaleggiante (delineati a china nera per renderli più
vivi), le cui iridi presentano all'interno due o tre ellisse di
diversa dimensione per conferire allo sguardo maggiore brillantezza;
colori ricchi ed accesi dei personaggi e degli sfondi, corroborati
da numerosi effetti speciali per aumentarne il realismo (i giapponesi
sono maestri nell'uso dei filtri 'cross-screen'), e raggiungendo
un'eccezionale brillantezza cromatica; dal fatto che oltre ai protagonisti
umani vi è, in perfetta sintonia, un universo animale semi-antropomorfo
composto da scimmie, procioni, orsetti e scoiattoli i quali, al
contrario di quelli disneyani forzatamente antropomorfi, appaiono
piuttosto "squadrati" nei tratti, richiamando le antiche figure
cinesi o giapponesi; in ultima analisi, i giapponesi pur applicando
ai cartoon il linguaggio della regia cinematografica, hanno fatto
sì che i loro personaggi si presentassero graficamente "schiacciati"
e "tridimensionali" al tempo stesso, un po' come l'effetto prodotto
dall'obiettivo anamorfico, giocando molto sul contrasto estetico
tra simbolo e realtà.
Del 1966 è, invece Leo,
il re della giungla* (Tit. orig.: Jungle Taitei),
che valse a Osamu Tezuka il Leone di S. Marco alla XIX Mostra del
Cinema per Ragazzi di Venezia. Molto più semplice e "moderno" dei
film poc'anzi descritti, (il lungometraggio è in realtà costituito
da quattro episodi dell'omonima serie televisiva ad animazione ridotta),
narra le vicende di un leone bianco, re della foresta, alle prese
con una società animale non dissimile nella psicologia da quella
umana, con tutte le difficoltà e i pericoli naturali di un mondo
dove vige ancora la legge del più forte. Tezuka, al pari di Disney
(in Giappone è considerato il corrispettivo del Mago di Burbank),
è riuscito ugualmente, pur risparmiando sul numero dei disegni,
a far esprimere emozioni e caratteristiche umane - positive e negative
- ai suoi personaggi in relazione al loro temperamento naturale.
Leo, essendo bianco, è un leone speciale, nobile dentro e fuori
ma ricco interiormente di nobiltà d'animo e di altruismo; la saggezza
data dalla vecchiaia è riscontrabile in Mandi, il vecchio babbuino
della giungla che ne conosce generazioni e segreti; l'alce Tommy
e il pappagallo Coco, inseparabili amici contribuiscono a creare
momenti comici; infine la compagna di Leo, Lia, fedele ed elegante
come la moglie di un Re.
Tezuka applica, tradotti nel linguaggio animale, gli stessi elementi
dei film ad attori disegnati: Leo e Lia, equivalgono ai giovani
protagonisti, maschile e femminile; Mandi, alla figura del vecchio
saggio; Tommy e Coco ai personaggi di contorno (v.di i due marinai
di Simbad e i due sudditi di Angela in Ventimilaleghe sotto i mari,
ecc.). Leo, nonostante sia un eroe "buono", deve mostrare, però,
la grinta e la forza di un vero leone: pur amando la pace egli è
costretto, per gli imprevisti che si creano nel misterioso mondo
della giungla, a ricorrere in extremis alla violenza. La sfida della
morte, Tezuka, la descrive, non solo come un fatto di lotta per
la sopravvivenza, ma anche come una "questione d'onore"; il regista
giapponese fa in modo che Leo ricorra alla violenza solo per legittima
difesa o per aiutare gli altri, come i piccoli animali indifesi
sopraffati da altri feroci (in fondo Leo è un "leone" che vive in
una "giungla"). Nel primo episodio, 'Leo contro Zamba', emerge il
contrasto tra due leoni "diversi": Leo bianco e Zamba blu; quando
quest'ultimo spaventa e uccide gli animali della giungla, Cid, un
vecchio leone, racconta a Leo la difficile infanzia di Zamba, tanto
che da fargli comprendere, confrontandola con la propria, il perché
Zamba sia divenuto così spietato; conoscendone la storia, Leo decide
di non combattere con Zamba, il quale lo attacca trattandolo da
codardo fin quando il leone blu gli tradisce la parola data di non
attaccare nessun animale: l'orgoglio del leone bianco gli fa affilare
gli artigli, andando a sfidare Zamba in lottando su una roccia ripida,
in un crescendo spettacolare, finché il leone blu ha la peggio,
cadendo nel vuoto; Leo, e gli amici sopraggiunti, corrono a vederne
le condizioni, e sul finire della vita Zamba, con l'orgoglio di
un leone sconfitto, esprime a Leo un sincero pentimento, capendo
gli errori fatti nella vita, prima di rimanere esanime; una sincera
e priva di forzature analisi psicologica da parte di Tezuka su come
siano spesso le condizioni di vita a determinare il carattere da
adulto: Zamba, 'scartato' dal branco perché "diverso" è cresciuto
solo ed emarginato, incattivendosi per riscattarsi da adulto dalle
umiliazioni subite; Leo, anche lui "diverso" ma figlio del Re Cesare,
è cresciuto nella semplicità e tra l'amore dagli amici della foresta.
Nel secondo episodio, 'Leo contro Gal', Tezuka mostra un gruppo
di leoni vissuti in cattività, di cui, il giovane erede Gal non
vuol saperne di ravvedersi, preferendo il linguaggio della sopraffazione
a quello della pace reciproca, giocando sulla forza di un vero leone;
mentre la giovane sorella Linka si accorge che il loro stile di
vita è sbagliato, perché affascinata dal carattere nobile ed altruista
del leone bianco. Leo, però, fedele e generoso, non capisce, se
non in modo latente, che Linka prova un debole per lui; cosa invece
"avvertita" dalla moglie Lia, quando Leo gliela le presenta, in
un atteggiamento reciproco di diffidenza e rivalità femminile; come
anche lo evidenzia la gelosia fraterna di Gal, il quale intuisce
che i rimproveri di Linka, passata ad apprezzare il coraggio e la
lealtà del re della giungla, ne tradiscono un innamoramento; come
interessante è la figura del vecchio padre di Gal e Linka, il quale,
se pur tradizionalista e orgoglioso di essere un leone, riconosce,
non senza difficoltà, che bisognerebbe essere più "moderni" e cambiare
stile di vita (v.di la figura del vecchio burbero dei film nipponici).
Nel terzo episodio, 'La conquista della Golden Valley', la protagonista
è Lukyo, uno dei due cuccioli di Leo, la quale, perdutasi nella
Savanah, fa amicizia con l'enorme gorilla rinomato per la sua forza
bruta, Dombei, il quale, grazie alla piccola leoncina, rivelerà
il suo lato umano. Nell'ultimo episodio, 'Leo contro la diga' (presentato
dallo speaker italiano che dice, "Per Leo un nuovo, temibile avversario:
l'uomo"), Tezuka mette in rilievo come il progresso della civiltà
provochi i suoi danni all'interno di un mondo pericoloso ma naturale
come quello della giungla, nel quale la corruzione dell'uomo è sempre
più meschina del mondo naturale; Leo si imbatte con un anziano e
misterioso costruttore di dighe, pensando invano di venirvi a patti,
chiedendogli di lasciargli almeno il tempo di evacuare l'intera
foresta coi tanti amici per portarli altrove.
Un altro lungometraggio giapponese straordinario, sempre della Toei
Doga, è la
storia di Alice… fanciulla infelice* (Tit. orig.: Shonen
Jack to Mahotsukai, 1967), diretto
dal grande Taiji Yabushita. Il
Film* , nonostante sia apparso ripetutamente nelle TV private
negli anni 70 privo di titoli originali, non è mai stato commentato
su pubblicazioni italiane di cinema di animazione giapponese. La
protagonista è una bambina, Alice (in originale Kiki), strana e
misteriosa, perché in realtà vittima di un sortilegio. Avendo conosciuto
Gianni (Jack) e i suoi amici animali con cui fa amicizia, li conduce
con l'inganno sul suo strano elicottero in un castello stregato,
dove una macchina trasforma i bambini in piccoli demoni, schiavi
di una regina malvagia. Alla fine Alice, alla quale è rimasto un
lato di umanità forse perché innamorata di Gianni, il quale sfugge
alla macchina stregata, riuscirà con lui a distruggere la strega
annullando così il sortilegio che tiene prigionieri i bambini riportandoli
alle loro fattezze naturali, Alice compresa. Lo stile è quello di
Yabushita: Alice e i bambini stregati, sono caratterizzati da grandi
occhi a mandorla con l'iride da gatto e il naso all'insù ricavato
dall'ombra delle narici, mentre gli animali di contorno, pur apparendo
antropomorfi, hanno un non so ché di severo e adulto. Di certo il
film non manca di fascino ed originalità ed è interessante notare
come, nonostante i richiami evidenti alla tradizione del lungometraggio
giapponese, gli interni del castello nonché i bambini stregati assomiglino
notevolmente ai mostriciattoli della Strega de La bella addormentata
nel bosco di Walt Disney, realizzato qualche anno prima. Graficamente
La storia di Alice… fanciulla infelice, si rifà,
nello stile e nei movimenti, alla matrice dei primi lungometraggi
nipponici, vista l'impronta classica e all'antica di Yabushita,
con tempi di sceneggiatura ben diluiti, col 'delineo' più scuro
del colore sottostante e l'animazione 'fluida' e morbida, spesso
a passo uno. Taiji Yabushita, al contrartio del suo primo lungometraggio,
pare voglia modernizzarsi, ispirandosi ad un design geometrizzato
e angoloso, anche se ormai la direzione verso la quale sembrava
orientarsi il lungometraggio del Sol Levante era già più sganciata
dagli schemi classici. Notevole è la partecipazione, con Gianni
e Alice, di un piccolo gruppo di animali quali l'orso Gruntor, lo
yorkshire Bubu innamorato della vezzosa siamese Jo Jo, dai tratti
stilizzati (v.di lo stile angoloso di Mimi de Il Serpente
bianco), e il topino Cip, i quali si rifanno, se pur più
spigolosi e meno aggraziati, ai primi clichés di Yabushita. La
grande avventura del piccolo principe Valiant* (Tit.
orig.: Taiyo no oji Hols no daiboken, 1968),
sempre della Toei, è un assoluta innovazione, ad opera di due maestri
dell'Anime: Hayao Miyazaki per l'animazione e Isao Takahata per
la regia (autori in seguito, tra l'altro, di Heidi e Lupin III nonché
di capolavori quali Nausicaa, Il castello di Cagliostro, Porco
Rosso, fino al recente La città incantata). Il primo
lungometraggio dove è evidente e distinta la mano di Hayao Miyazaki,
autore di molti capolavori a lungometraggio di successo, è il primo
archetipo del genere e ha come protagonista il giovane Hols, unico
superstite del suo villaggio che, a causa del malvagio Grunwald,
è costretto a fuggire rifugiandosi altrove, con tutte le diffidenze
con cui viene accolto uno straniero.
Il character designer è molto inerente allo stile del giovane Miyazaki:
viso ovale, naso piccolo, accennato e maggiormente marcato al di
sotto, occhi lucenti con un leggero strabismo di Venere, bocca piccola,
a fessura e arrotondata ai lati, piuttosto distante dall'ovale che
definisce il mento; figure ben geometrizzate e massicce ma al contempo
ugualmente realistiche e descrittive nel tratto; contorno sottile
e ombre "frastagliate", spesso direttamente tracciate col segno
nonché particolari minuziosi in aggiunta alle vedute d'insieme.
Miyazaki, inoltre, è portato ad animare situazioni catastrofiche,
come rocce che si sgretolano, mari in tempesta, battaglie aeree,
nelle quali l'uomo è in balia di situazioni naturali più grandi
di lui, e più in generale situazioni dal sapore apocalittico di
alta spettacolarità. Interessante l'idea dei 'lupi argentati', dagli
occhi vitrei dalla forma allungata privi di iride; linguaggio usato
dai giapponesi quando rappresentano animali dall'aria ambigua, (v.di
il felino cattivo del Il gatto con gli stivali;
la volpe pirata e il Capitano Flint de L'Isola del tesoro;
e, ad esempio, il gatto cieco con la benda dell'episodio "Caccia
allo smeraldo" della prima serie di Lupin III, animazioni firmate
non a caso da Miyazaki e Takahata).
Il giovane Hols è un ragazzo vestito in abiti scamosciati, con a
tracolla le sue armi. Per quanto ambientato nei freddi villaggi
nordici, Hols ha armi da difesa che si ricollegano a quelle antiche
dei samurai giapponesi: egli è dotato di un'ascia agganciata ad
una lunga corda ed una spada speciale, la Spada del Sole. Hols è
accompagnato, inoltre, dal fedele amico Goro, un orso ricollegabile
ai clichés già descritti ma meno antropomorfo, (occhi languidi e
distanti, design squadrato e piuttosto 'orizzontale' nelle linee
visto che cammina a quattro zampe); il ragazzo, dovendo rifugiarsi
in un pacifico villaggio di pescatori, viene ospitato da un vecchio
(che ha un figlio di età coetanea a Hols), il quale richiama per
certi aspetti il futuro nonno di Heidi: silenzioso, vagamente burbero
ma nell'insieme generoso, che anziché essere un montanaro, lavora
il ferro mettendo il giovane in condizione di temperare la sua "Spada
del Sole", lasciatagli dal padre in punto di morte (un vecchio anzianissimo
caratterizzato da una lunga barba bianca, che ricorda uno dei protagonisti
di Ercolino e di altri saggi "anziani" degli Anime, fra l'altro
col segno 'spoglio' e lineare), per poter sconfiggere il potente
Grunwald, che si appresta ora a distruggere questo nuovo villaggio,
per sottomettere al proprio volere gli abitanti delle terre artiche.
Qui Hols diventa un eroe uccidendo un gigantesco luccio mandato
da Grunwald. Anche i personaggi del villaggio sono interessanti,
richiamando quegli elementi di semplicità e di pulizia descrittiva
dello stile Miyazaki-Takahata, presenti anche in Heidi. Hols, ha
ovviamente modo di conoscere una strana ed ambigua ragazza, dai
tratti angelicati e severi: Hilda (definita con lo stile ancora
arcaico ma riconoscibilissimo di Miyazaki), unica superstite di
un villaggio distrutto, una giovane che se ne sta sola suonando
la lira con accanto il suo scoiattolino (anche lui secondo la tradizione
dei animaletti giapponesi); la ragazza si presenta con una sobrietà
signorile e una semplicità disarmante, vestita con un abito lungo
fino alle gambe, a campana, una tonaca "indiana" che la fa apparire
quasi una "figlia dei fiori"; elementi spesso ricorrenti nelle prime
creazioni femminili di Miyazaki. L'amore latente tra i due giovani
è evidente ma alla fine Hilda vuole uccidere Hols in quanto si rivela
essere la sorella minore del malvagio Grunwald, signore dei ghiacci.
Ovviamente Hols riuscirà a sconfiggere il nemico riportando la pace
nel villaggio artico. Inoltre Il principe Valiant è il primo film
in cui venne definitivamente adottata la tecnica della riproduzione
Xerox su celluloide; non più toni sovrastanti il colore o un delineo
netto definito nero, ma la stampa a fotocopie dei disegni originali
su acetato; tecnica messa a punto dai tecnici Disney con La carica
dei 101, e adottata definitivamente dalla Toei con quest'ultimo
film; ciò sembra accadere al momento giusto, poiché permette di
far combaciare le esigenze tecniche della produzione con quelle
espressive ed artistiche del giovanissimo Miyazaki, in quanto lo
stile grafico di lucidatura di Hols, appare "leggero", fresco e
arioso; il segno è sottile e delicato nel design, sfumato e leggermente
grezzo nella lucidatura; elementi che conferiscono un tono di velata
e poetica "sfumatura" alla confezionatura definitiva, in perfetta
armonia con l'animo del grande autore dell'Anime. Il film, all'epoca,
considerato il più grande fiasco della storia della Toei Animation,
verrà rivalutato solo diversi anni più tardi. Terminato nel 1968,
richiese ben oltre tre anni di lavoro, ma fu proiettato solo per
pochi giorni e tolto dalla circolazione. Peccato, dato che oggi
è considerato uno dei capolavori dell'animazione classica giapponese.
Le
meravigliose favole di Andersen* (Tit. orig.: Andersen
Monogatari Match Uri no Shojo, 1968),
ha ben poco del fascino dei primi lungometraggi; il tratto più moderno,
l'animazione meno fluida, non ha né l'accuratezza dei precedenti
né la compiutezza e la sintesi dei nuovi; pur preannunciando la
modernità dei successivi, rimane un film privo di innovazione ed
originalità. Il piccolo Hans Christian Andersen, dai tratti piuttosto
bamboleggianti, grazie al Signore dei Sogni, fa conoscenza con diversi
personaggi delle sue storie, da Scarpette rosse intrecciata a La
piccola fiammiferaia, tanto che da questi incontri ne trarrà ispirazione
da adulto per alcune delle sue più belle e commoventi fiabe. C'è
comunque tracciata, in modo latente, la strada a film e serie successivi
giapponesi, che vedono un bambino solo, spesso "orfano", in balia
delle durezze del mondo degli adulti; come anche iconograficamente
il piccolo Hans, dai capelli castano chiaro, preannuncia i successivi
clichés iconografici di Pierre de Il gatto con gli stivali
e Remigio di Senza famiglia, anche se il tutto
non contribuisce a rendere particolarmente originale quest'opera.
Il gatto con gli stivali (Tit. orig.: Nagagutsu
o haita neko, 1969), prodotto
da Hiroshi Okawa e diretto da Koro Yabuki, divenne in breve tempo
uno dei classici dell'animazione giapponese, conferendo al Gatto
Perrault il ruolo di "mascotte" del logo della Toei Doga, nonché
il personaggio più popolare in quegli anni in tutto il Giappone.
Il film, divenuto famoso anche grazie alla preziosa collaborazione
di Miyazaki e Takahata, si nutre di tutta la tradizione precedente
dei lungometraggi del Sol Levante, corroborato, però, da un gusto
più fresco e moderno che si avvicina ormai sempre di più alla narrativa
occidentale. Il lungometraggio ha inoltre, tutti quegli ingredienti
necessari al film spettacolare, quali l'amore, l'umorismo, la suspance,
ed il trionfo del bene sul male. Il lungometraggio del '69 ebbe
un tale successo che il Gatto Perrault divenne protagonista di altri
due, senz'altro dal ritmo più moderno e da un'animazione più vicina
a quella seriale; Continuavano a chiamarlo il gatto con
gli stivali (Tit. orig.: Nagagutsu Sanjushi, 1972),
ambientato nel selvaggio West, dove compaiono, seppur cambiati e
riadattati, gli stessi protagonisti del precedente film: in quest'ultimo
il gatto Perrault, perennemente inseguito dai tre sicari che vogliono
eliminarlo per vendicarsi dei torti subiti, lo conducono questa
volta nel selvaggio West; Pierre è, infatti, il giovane sceriffo
Jim, mentre la principessa Rosa è la ragazza. Il gatto con
gli stivali in giro per il mondo (Tit. orig.: Nagagutsu
o haita Neko 80 Nichikan sekai isshu, 1976),
è una rivisitazione del romanzo di Verne, questa volta composto
di soli animali, più semplice del primo ma ben fatto nel ritmo,
serrato e svelto, e nell'animazione, più semplice ma fluida. Il
gatto Perrault, si trova questa volta a combattere col ricco Lord
Porcon e il suo braccio destro (i quali ricordano molto Capitan
Uncino e i suo scagnozzo Baron de L'isola del tesoro).
Gli allegri pirati dell'isola del tesoro (Dobutsu
takarajima, 1969), è una singolare
versione composta quasi totalmente da animali antropomorfi. Anche
qui l'impronta di Miyazaki, che ha curato l'Art Direction, è evidente:
come in Heidi, dove Petar è leggermente più piccolo d'età, anche
Jim, al quale fa riferimento, è in netta inferiorità della scaltra
Ketty, in quanto è la nipote del Capitano Flint; è interessante
notare che mentre il vecchio pirata è un grosso gatto con tanto
di benda all'occhio, la nipote è un personaggio umano, dolce ed
aggraziata nei tratti del viso, leggermente zingara nella pettinatura,
scaltra e scostante verso il più piccolo Jim; anche qui l'amore
nasce a poco a poco, più basato sull'amicizia, che si viene a creare
grazie alla competizione tra i due per ottenere la mappa dell'isola
del tesoro, consegnata a Jim dal Capitano Flint e contestatagli
dalla nipote per diritto ereditario; straordinari i personaggi della
nave: Capitano Uncino, all'epoca uno degli uomini del capitano Flint,
un grosso maiale vestito da pirata; la volpe Baron, dotata di monocolo
(personaggi rielaborati ne Il gatto con gli stivali in giro per
il mondo); il tricheco Otto, che stranamente si affeziona al fratellino
piccolo di Jim; il cane cuoco della nave; il vecchio babbuino, altra
caratterizzazione tipica degli Anime di quegli anni.
Senza famiglia (Tit. orig.: Chibikko Remi to
meiken Capi, 1970), diretto da
Yugo Serikawa, rappresenta il primo adattamento cinematografico
dell'orfanello Remì di Hector Malot. Il film, per quanto meno impegnato
dei primi lungometraggi, è davvero notevole perché richiama fortemente
gli elementi iconografici classici (v.di i protagonisti umani: il
bambino, il vecchio, e gli animali), portando una ventata di modernismo
definitivo al lungometraggio di 'scuola' nipponica ma rimanendo
saldo alla tradizione. Oltre a Remigio*
, un bambino dal viso ovale e (che richiama l'ideazione di Hans
de Le meravigliose favole di Andersen, e di Pierre
de Il gatto con gli stivali) è semplice nei tratti come nello sguardo
vagamente bamboleggiante, caratterizzato da una pettinatura a paggetto
con la riga di traverso ed un berretto, simile ai precedenti Hans
e Pierre, nonché dotato di un bel vestito a frange coi bottoni dorati
e l'arpa a tracolla (v.di l'idea dell'ascia di Hols); Capi, invece,
è rappresentato come un goffo San Bernardo (altro stereotipo degli
Anime), codardo ma buono, che non conosce le difficoltà della vita,
che ricorda il più realistico cane di Anju to Zushiomaru, dello
stesso autore. Anche i due cani della compagnia Vitali, Zerbino
e Dolce, personaggi di contorno, ben si amalgamano per eterogeneità.
(v.di la psicologia dei: due marinai di Simbad, Tommy e Coco di
Leo, Tortuga e Octopus di Ventimila leghe sotto i mari);
la scimmietta Belcuore, un po' la mascotte del film, anch'essa vestita
in abiti da circo, farà amicizia coi nuovi arrivati, soprattutto
con Capi, al quale insegnerà attraverso duri sforzi il coraggio
nella vita; è alla fine dopo che la scimmiotta, nonostante la febbre
alta, è morta intirizzita per svolgere ugualmente il suo spettacolo
per aiutare Vitali e gli altri in difficoltà economiche, sarà Capi,
sul finale, a ricordarsi dei suoi insegnamenti, portando in groppa
Remigio per raggiungere a nuoto il battello con a bordo sua madre
già partita; Belcuore, dal manto azzurro grigiastro e dalle "guance"
formate dal vello in stile nipponico si va a collocare nella migliore
tradizione dell'animazione giapponese, richiamando lo scimmiotto
Goku, protagonista del primo film di Tezuka, nonché l'iconografia
e il vestiario degli animaletti di Robin, dello
stesso autore, realizzati quasi un decennio prima. Anche qui, accanto
alle caratterizzazione degli animali, i personaggi adulti e di contorno,
come Jerome, il vecchio Vitali e Giacomo Milligan (zio cattivo di
Remigio dall'aria mefistofelica che si accompagna con un avvoltoio
sulla spalla) sono tracciati attraverso il grafismo lineare e spoglio
(v.di i personaggi non protagonisti del Serpente bianco e di Sindbad),
mentre straordinariamente riuscito è Vitali (che a metà film, visto
che gli si affeziona, Remigio lo chiama direttamente nonno), inerente
alla figura del vecchio barbuto, saggio e silenzioso, che si affeziona
senza mostrare troppo i sentimenti al giovane protagonista di turno,
figura riscontrabile nei lungometraggi animati giapponesi di cui
ho parlato. Interessante la sceneggiatura attraverso cui Remigio
conosce sul battello la signora Milligan, non sapendo si tratti
della sua vera madre, la quale è in compagnia della figlia minore
Lisa, che sembra avere con Remigio, quell'amore romantico, ideale,
paterno e "protettivo" tra fratello maggiore e sorella, di cui ho
richiamato l'attenzione descrivendone la psicologia nei primi lungometraggi
giapponesi, rilevato soprattutto in Robin e i due moschettieri
e mezzo, non a caso firmato anche dallo stesso autore.
Capi, però, sul battello dei Milligan prova un feeling per la piccola
Violetta, la piccola Yorkshire di Lisa, che timidamente rimane affascinata
dal carattere bonario del grosso San Bernardo; anche la yorkshire
fa parte dell'universo più classico giapponese (v.di ad es. lo Yorkshire
di Alice… fanciulla infelice, del suo maestro Yabushita). Nel film
non mancano momenti commoventi: l'anziano girovago Vitali, un tempo
il famoso cantante lirico Carlo Balzani, si affeziona a Remigio
spontaneamente (non lo aveva "comprato" ma preso soltanto in "prestito",
come egli stesso aveva detto); come anche Remigio, che durante lo
svolgersi del film si prende cura dell'anziano "nonno Vitali" quando
ormai la sua vita è alla fine; come anche il rapporto con la signora
Milligan, la quale, come Remigio, è ignara che il ragazzino sia
suo figlio; ma entrambi, però, prima di lasciarsi avvertono un legame
particolare che va ben oltre la conoscenza casuale tra la ricca
e gentile vedova che offre ospitalità al piccolo suonatore girovago.
Lo saprà poco dopo che Remigio l'avrà lasciata perché troverà nel
battello un ciondolo, perduto da Remigio, che gli aveva donato da
piccolo prima che il bambino le venisse rapito dal fratello.
Ventimila leghe sotto i mari (Tit. orig.: Kaitei
sanman miles, 1970), di Shotaro
Ishimori, per la regia di Kimio
Yabuki* , è un film notevolmente interessante, leggermente più
sintetico del precedente, il quale si collega molto allo stile del
noto autore di manga. Il giovane Isamu, in compagnia del suo ghepardo
Cheetah, si ritrova a giocare a palla sulla montagna, quando, dalle
viscere della terra, escono dei draghi-robot sputafuoco, creando
il panico tra la gente. Lo stesso Ishimori portò al successo qualche
anno dopo la serie Ryu, il ragazzo della caverne, ed è
da notare la sua passione per i draghi e i dinosauri facenti parte
dell'antica mitologia nipponica, rivisitati attraverso l'ottica
di giganteschi robot (l'idea del drago di questo film è presente
anche nella serie del 1972, che vede Ryu combattere più volte contro
il dinosauro Tyrano, come anche le musiche di sottofondo, riscontrabile
in entrambe le produzioni). Shotaro Ishimori, rappresenta spesso
ragazzi con l'aspetto pre-adolescenziale, i quali si trovano all'improvviso
a fronteggiare situazioni parossisticamente catastrofiche (v.di
il precedente, Sora tobu yureisen, 1969,
non importato in Italia). Isamu, viene raffigurato attraverso lo
stile inconfondibile di Ishimori: dal tratto rotondo, vagamente
rievocante Tezuka nella sintesi, coi capelli compatti su una testa
tondeggiante (v.di anche il protagonista di Cyborg 009),
dagli occhi enormi e ancora ragazzino nell'aspetto, il quale ha
occasione di conoscere la giovane erede di Atlante. La principessa
Angela del reame degli abissi, (che ricorda la 'maghetta' Tansuko
della serie The Monkey del maestro Tezuka e, più in generale, gli
stereotipi della mocciosa degli Anime giapponesi), è una ragazzina
viziata con una pettinatura semi-spaziale con al centro una vistosa
stella marina a mo' di stemma, erede al trono del regno sottomarino
minacciato dal malvagio Magma VII (v.di tipologia di Grunwald de
Il principe Valiant). Cheetah il ghepardo, slanciato
e dai grandi occhi in pieno stile nipponico, si avvicina però maggiormente
ai personaggi di Tezuka di Leo rispetto alla consueta iconografia
degli animali dei cartoon giapponesi (Ishimori era stato fin da
ragazzo un grande estimatore di Tezuka, tanto che il suo stile ne
fu molto influenzato al punto che le sue prime opere risentono notevolmente
dello stile del suo Maestro). Anche l'animazione è più secca, compensata
però da una cura nel segno, sottile e delicato, con numerosi particolari
delineati a tratto colorato così da ammorbidire le figure, anch'esse
dai colori accesi e luminosi all'interno di un'impostazione della
scene ariosa e panoramica; inoltre molti sono i riferimenti alla
tecnica di animazione di Tezuka: anche qui i personaggi hanno spesso
il viso fermo, disegnato su una celluloide di base, mentre la diversa
espressione delle bocche (di allegria, di stupore, di gioia o spavento),
ne determina la psicologia emotiva. I due scagnozzi della principessa
Angela a bordo del sommergibile spaziale 'chiocciola magica', Tortuga
e Octopus, uno basso e grasso e l'altro magro e alto, dalla faccia
schiacciata e tridimensionale al tempo stesso, fanno parte invece
del grafismo lineare (v.di i due marinai di Simbad, ecc.), più modernizzati
con caschi e tute spaziali e aderenti allo stile del film. Naturalmente
mi riferisco a caratteristiche comuni, filtrate però attraverso
personalità e stili propri. Per quanto il design di Ishimori sia
sintetico, è da rilevare l'ottima regia nonché inquadrature cinematografiche
che preludono ai film dal vero e ai lungometraggi con i robot giapponesi,
dall'effetto anamorfico e panoramico. E' interessante notare che
negli Anime, oltre la situazione dei primi lungometraggi in cui
l'uomo ha una funzione adulta e protettiva, nei successivi l'uomo
è in netta inferiorità o perché è più piccolo d'età o perché la
donna appare sempre misteriosa o ambigua, ambiguità che ovviamente
stuzzica l'uomo, la quale si rileva, prima del finale, sempre più
scaltra del suo corrispettivo maschile: cattiva e stregata in Alice,
fanciulla infelice; doppia e misteriosa ne Il Principe
Valiant; furba e scaltra ne L'Isola del Tesoro;
semi-spaziale e proveniente da una civiltà tecnologicamente più
evoluta in quest'ultimo film. Anche qui, la donna, oltre a un che
di misterioso e ad una certa scaltrezza è in una condizione di netta
superiorità: è una principessa di un altro regno, ma semplice e
alla mano col piccolo bambino giapponese: quando Isamu la salva
dal mostro di fuoco, Angela lo ripaga facendolo viaggiare nella
sua 'chiocciola magica'; scampati al pericolo, Isamu le mostra dall'alto
della montagna la sua casa: una villetta moderna a due piani, (il
bambino proviene da una famiglia borghese in quanto è figlio di
un ingegnere navale), mentre Angela, quando Isamu gliela indica,
gli risponde quasi stupita: "Quella sarebbe la tua casa? Però è
molto piccola"; gli dice la principessa abituata ad abitazioni di
tutt'altra capienza, provocando la reazione offesa nonché di curiosità
del giovane Isamu rispetto allo stato sociale della sua nuova amica.
"Cosa ti aspettavi una reggia?", incalza il bambino seccato. Questo
botta e risposta tra i due bambini, conosciutisi casualmente, i
quali ancora non assumono il ruolo di giovani innamorati che si
instaurerà in modo velato in seguito seguendo ancora un tipico approccio
adolescenziale. E' qui che Angela, saldato il debito col ragazzino,
cerca di salutarlo definitivamente, quando Isamu, trovando il modo
di proseguire il discorso, le ricorda di averla salvata una seconda
volta, tant'è che lo porta a visitare la sua abitazione. La sorpresa
è d'obbligo: Isamu a bordo della 'chiocciola magica' viene condotto
nella "casa" di Angela, un regno sottomarino ignorando che ella
ne sia l'erede, finché non la ritrova vestita in abiti principeschi,
accanto all'anziano genitore. V'è una disparità, oltre che sociale,
anche "professionale" tra Isamu e Angela (nobile e tecnologicamente
più avanzata); quando entrambi scendono le miglia sottomarine, Angela,
mostrandogli il "suo" ambiente, gli chiede, "Ti piace?" e Isamu,
come fosse un argomento che già conosce, risponde con orgoglio,
"Non è la prima volta che scendo in fondo al mare. Ho accompagnato
mio padre che studia il fondo marino". La ragazza è pronta a spiegarli,
"Non credo che sia mai arrivato fino a questa profondità. Guardati
un po' attorno!". Anche il Re di Atlante, padre della principessa
Angela, ricalca la figura dell'anziano barbuto di cui ho richiamato
l'attenzione precedentemente, riportato però alla logica semi-comica
dello stile Ishimori-Tezuka (v.di il prof. Gillmore di Cyborg 009,
che ha un solido naso in fuori, vagamente grottesco, non dissimile
da quello del padre di Isamu del film in questione). Inoltre Ventimila
leghe sotto i mari, ispirato ai telefilm spaziali giapponesi
anni 60, traccia la strada ai modelli di numerose serie televisive
nonché di film a lungometraggio.
Sempre di Ishimori nel 1971 in Italia
pervenne nelle sale cinematografiche il film col titolo di 009
Joe Tempesta* (Tit. orig.: Cyborg 009), a
cui seguirà un altro film e ben due serie televisive.
Leggi l'articolo di Mario Verger : Tribute to Taiji Yabushita
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